
Scegliere un nome da dare alle cose è sempre una questione delicata. Possono venir fuori mostruosità assurde. A Livorno c’è una stanza dove Beppe Scardino ha composto i primi pezzi suonati da uno dei gruppi più originali e interessanti della nuova scena jazz, o meglio, della musica creativa italiana. Questa stanza è tinta di arancione e il nome di questo gruppo è ORANGE ROOM.
Sono nati per caso, a Bologna. Frequentando locali in cui si sapeva che musica si andava a sentire. Qui, sempre per caso, si sono incontrati, si sono scelti e come tutte le cose si sono evoluti. Attualmente sono sparsi per il mondo. Le possibilità che hanno di incontrarsi tutti insieme a suonare sono poche, e la Residenza al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia è stata un’ottima occasione: il materiale che si stanno portando dietro da un anno, ha potuto prendere forma, essere registrato e portato sul palco.
E proprio in questa occasione in un momento di pausa durante la registrazione, i ragazzi di Note a Margine hanno incontrato Beppe Scardino (sax baritono, clarinetto basso, composizioni), Francesco Bigoni (sax tenore, clarinetto), Piero Bittolo Bon (sax contralto, flauto, clarinetto contralto), Pasquale Mirra (vibrafono), Antonio Borghini (contrabbasso), Federico Scettri (batteria). Con gli Orange Room più che un’intervista, quello del 31 marzo è stato un dialogo libero, un flusso di conoscenza e confronto.
Quattro ragazzi seduti sul palco, due in platea in mezzo a noi: già da questo stare insieme, rispondere insieme, passa l’idea di gruppo, di respiro collettivo. Spesso nel jazz si tende a focalizzare la musica nella personalità. Loro invece, pur partendo dalla composizione di Beppe Scardino, hanno un lavoro fatto di prove, in cui i pezzi sono suscettibili a stravolgimenti.
Qual è il rapporto tra musica e parole?
Uno dei miei musicisti preferiti, Anthony Braxton, ha scritto fiumi di parole. Questo dimostra che le parole e la musica non vanno separate per niente e non sono in disaccordo.
Chi seriamente fa critica musicale, è fondamentale che capisca la musica. Per capirla credo sia necessario conoscerla, aver voglia di scoprirla e decifrarla; ma questo è difficile e richiede tanto tempo e sacrificio, pari a quello del musicista che ha fatto prove e concerti.
Anche il musicista deve avere un approccio con la lingua parlata? Chi non la compone può parlare con autorevolezza? Quello che fa musica deve anche parlarne. Non solo chi l’ascolta e chi ne sa.
La discussione è figlia di un corto circuito fisiologico che esiste perché la musica di per sé è già un linguaggio ed è autosufficiente. Il linguaggio del musicista è la musica, invece chi scrive lavora su un linguaggio che è la parola. Credo che chi scrive di musica dovrebbe avere un’alfabetizzazione rispetto al linguaggio della musica.
Un passaggio assolutamente obbligato per chi si occupa di musica attraverso le parole, ma in generale di chi opera nel mondo della musica, è, per esempio, un’alfabetizzazione musicale che di base ti consente di capire il significato ed eventualmente ciò che quel significato porta.
Quello che il musicista vuole spiegare è tutto nella musica; lo sforzo è di rendersi conto che non c’è una critica in grado di interpretare. Quindi, lo sforzo di Braxton, è stato quello di mettere al sicuro le sue informazioni, che sarebbero andate perse. E’ un lavoro molto utile che lui ha fatto, ma in generale la musica si comunica da sè.
Molti musicisti in Italia hanno avuto l’esigenza di spiegarsi. La comunicazione di qualcosa a una persona non alfabetizzata, è un’esigenza. Chi fa musica non la fa per sé. Principalmente si fa musica rivolgendosi a una forma espressiva, ad un linguaggio per comunicare qualcosa ad altre persone.
Non trovo del tutto corretto il pensiero che ci sia qualcosa da capire. Se una musica, anche complesse, smuove qualcosa o passa un messaggio a una persona, non è indispensabile capire le architetture interne del perché arrivi quel messaggio. Altrimenti sarebbe la musica che dovrebbe dare un manuale d’uso. Però bisogna sempre prestare attenzione affinché la traduzione della musica in parola sia fatta bene. Se ora noi suonassimo un pezzo e facessimoo vedere come funziona, probabilmente la mente di chi l’ha ascoltato lo apprezzerebbe di più. Ma dipende dalle persone. Altri magari non sono interessati a come funziona.
Nel jazz e dintorni, un ragazzo giovane che vuole mettersi in relazione con la musica di matrice afroamericana, o comunque affrontare musiche che contemplino il rapporto fra la scrittura e l’improvvisazione, è facile che porti con sé ascolti ed esperienze che vanno fortemente al di fuori dal suo tempo.
Ormai un musicista jazz ha alle spalle una storia che comincia a diventare importante con la quale ci si deve confrontare. Ci sono musicisti che ritengono che si debba solo conservare la tradizione, i canoni, una serie di stili del linguaggio. In un gruppo come questo, non si vive in questo modo né l’attività di musicista né il fatto di sentirsi musicisti jazz. Il nostro ascolto della tradizione è volto alla comprensione dei processi che avvengono in quella musica che possiamo mettere in pratica nella nostra o nei quali possiamo aggiungere o scombinare degli elementi.
Un musicista che suona jazz è sincero se è vicino alle esigenze del suo tempo. Attualmente un musicista giovane che si vuole collocare e vuol essere come 50 anni fa, senza vivere la sua quotidianità, è anacronistico. Anche negli anni ’50 c’erano musicisti che suonavano musica passata e suonavano anche musica meravigliosa ma non erano considerati i personaggi rappresentativi della musica di quegli anni, perché non facevano la musica del loro tempo. Per voi l’universo musicale lontano da quello che suonate, ha un’esperienza importante? Perché ogni tanto sembra che i musicisti tendano a mantenere canoni e paradigmi tradizionali, consolidati in un genere.
Il jazz legato alla tradizione è una forma di superstizione perché si ripete acriticamente. Questo me l’ha fatto notare un amico e credo sia un’ affermazione intelligente. Del jazz di questo tipo mi da fastidio la sterilità e la supponenza con cui nella prassi esecutiva si suona il tema: ognuno si fa la carrellata di assoli e quando uno sta facendo l’assolo, l’altro, nell’immaginario comune, va a bersi un whisky o cose che sembra che tutti debbano fare per essere un jazzista. Anche al di fuori di quando suona sembra esserci un comportamento tipico di colui che vive nel mondo del jazz. Queste sono tutte cose che mi danno fastidio, questa retorica non mi interessa. A me interessa la musica. Amo la musica. Ci “capita” di suonare lo stile jazzistico, ma se ci fossimo fermati all’apparenza non avremmo fatto musica.
Il fatto di rimanere fossilizzati in un genere, con uno stile è questione di pigrizia o mancanza di coraggio?
E’ un problema culturale ma è anche semplice e lavorativamente paga. Insomma è una questione di comodo. Diciamo che quel tipo di musica è diventata in certi versi “commerciale”. E’ più facile lavorare e trovarsi degli spazi, ma è anche più semplice dal punto di vista della ricerca musicale proprio perché priva di ricerca. E’ una musica basata su clichè eseguiti in forma passiva.
Provate a pensare ai 5/7 minuti di jazz che passano in tv e sulle reti nazionali in settimana. Chi dice di andare a vedere un concerto di jazz per puro sfizio, si aspetta di sentire quella musica.
E non diventa più musica che uno ascolta. Il fatto che in un locale ci sia la jazz band è una questione di arredamento. E’ una cosa di moda.
Fino a qualche anno fa c’erano luoghi in cui si riusciva a capire veramente come le persone suonavano, perché si suonava e basta. Ora, negli stessi posti, non si ha più modo di capire bene come un musicista vede la musica. E poi, ora come ora, noi siamo confinati, quasi, alle case private, perché luoghi come quelli che abbiamo frequentato non ce ne sono più.
Sono i piccoli luoghi che danno spazio alla nascita di certe cose.
E poi bisogna far notare che i luoghi sono vuoti. Nessuno va più ad ascoltare niente. Basta mettere il naso fuori dall’ Italia per vedere che le cose non sono così. Prendiamo Berlino, dove abita Antonio: lì, dal club più fighettino, al pub più sconosciuto, ci sono sempre ragazzi che vanno ad ascoltare musica dal vivo.
E questo è dovuto a...
… alfabetizzazione musicale. E non solo, anche culturale tout court. Ma il fatto che qualcuno di noi respiri un’aria diversa, un clima culturale diverso, ascolti cose che non ha mai sentito, è uno shock culturale positivo che porta degli stimoli per nuovi progetti.
La nostra lontananza geografica, dal punto di vista creativo è un’ondata di energia positiva. Il gruppo si nutre delle nostre crescite individuali.
Tutti avete fatto apprendistato jazz. Questo è il vostro punto di partenza. Dove siete arrivati adesso e dove volete arrivare?
Di sicuro lavoriamo sui metodi, sui processi che portano alla creazione di quel suono che tiene in vita, e terrà per sempre in vita, la musica. Dove andremo non lo so.
(a cura di Lucia Mantegazza)