mercoledì 14 luglio 2010

Padova Estate Carrarese - Secondo Appuntamento con l' OPV
















Recensione del Concerto dell' Orchestra di Padova e del Veneto di mercoledì 30 giugno 2010.


suona: Orchestra di Padova e del Veneto.

ospiti: Emanuele Segre, chitarra - Maffeo Scarpis, direttore.



Si rinnovano anche per quest’anno i concerti estivi dell’Orchestra di Padova e del Veneto nella suggestiva cornice del cortile di Palazzo Zuckermann, in Padova, nell’ambito Padova Estate Carrarese, andando così confermare il successo della scorsa edizione.

Presentandosi come una piccola Stagione, sia per l’ eterogeneità del repertorio proposto che per la qualità degli interpreti ospiti, la Rassegna é stata inaugurata lunedì 21 giugno con il concerto di Enrico Bronzi, violoncellista di caratura internazionale e già ospite della Stagione 2009/2010, nei panni di performer e direttore.

La seconda data in manifesto vede ospiti dell’OPV il chitarrista Emanuele Segre, anch’egli riconosciuto concertista di fama internazionale, e il M° Maffeo Scarpis, direttore di grande esperienza.

Quasi a voler riprendere il discorso interrotto alla scorsa Biennale Musica di Venezia, il repertorio in programma rende omaggio a compositori contemporanei legati all’estetica minimalista. Infatti, ad aprire la serata é l’esecuzione de Festina Lente per orchestra d’ archi del compositore estone Arvo Pärt, dove la scarna struttura armonica e la drastica riduzione del materiale compositivo che la caratterizza non impediscono all’Orchestra di mantenere salda l’attenzione dell’uditorio, guidata da una bacchetta ferma, precisa e molto ordinata.

Di tutt’altro carattere é l’ esecuzione di Shaker Loops di John Adams -uno dei capostipiti della corrente minimalista americana- nella sua versione per orchestra, dall’originale per settetto d’archi. L’ intera composizione si articola in quattro sezioni che sviluppano cellule ritmiche melodiche, creando un effetto onda “increspata e luccicante“. Risulta piuttosto eloquente la dicitura “loops” che tanto si avvicina all’idea di continua iterazione dello stesso materiale sonoro, ispirata anche dall’era della tape music (e magari con una lieve sbirciata a It’s Gonna Rain del collega Steve Reich).

Minacciata da un tanto imprevisto quanto massiccio assalto di formiche volanti, La seconda metà in programma si apre e termina con l’esecuzione di The Black Owl per chitarra e orchestra del violoncellista-compositore Giovanni Sollima, scritto già tre anni or sono ma che ha visto in questo evento la sua seconda esecuzione assoluta (la prima ha avuto luogo lo scorso 6 giugno al Teatro Politeama Greco di Lecce, interpretato sempre dal M° Segre). La prima sezione si caratterizza per una lunga cadenza della chitarra, dove la sottile linea melodica viene arricchita da un denso arpeggio nella parte solistica e da un leggerissimo accompagnamento orchestrale; questa introduce un agitato, irruente (e tecnicamente molto impegnativo) tema un po’ arabo e vagamente spagnoleggiante (ma decisamente kich). La terza ed ultima sezione si sviluppa in un lirico e vibrato Adagio dalla scrittura molto idiomatica, che permette (anche grazie ad un indiscutibile gusto del solista e ad un attento senso musicale dell’orchestra) di far “cadere in piedi” una composizione piuttosto spoglia di idee decisive.

E’ stato assolutamente all’altezza delle aspettative e pienamente confermato dal pubblico (giunto in discreto numero) il doveroso fuoriprogramma del M° Segre, che chiude la serata regalando una superba esecuzione del Preludio n.1 per chitarra sola del compositore brasiliano Heitor Villa-Lobos.

Apprezzando il grande lavoro dell’orchestra e lodando il Comune di Padova per aver rinnovato questa bella iniziativa, l’ attenzione é rivolta ora verso il prossimo concerto (dal sapore decisamente mozartiano), lasciato alla bacchetta di Carlo Goldstein e ai tasti di Andrea Bacchetti, in programma sempre a Palazzo Zuckermann per mercoledì 14 luglio.



Carlo Siega

domenica 27 giugno 2010

Concerto "Straordinario" alla Fenice

Straordinaria lo é stata davvero la rappresentazione proposta dal Teatro La Fenice la sera di giovedì 24 giugno, poiché ben rara, se non unica, é l’ occasione di potersi sedere in una delle platee più famose al mondo ad un costo tutt’altro che proibitivo; ancor di più se anche le cause di tale circostanza sono oscure.

L’ evento in manifesto ha visto l’ Orchestra del Teatro La Fenice eseguire un programma dedicato a musiche del classicismo viennese, diretta dal M° Stefano Montanari (foto), conosciuto ed apprezzato primo violino solista dell’ensemble Accademia Bizantina.

La prima parte del concerto, rivolta interamente alla produzione di W.A. Mozart, ha accolto un’esecuzione briosa e frizzante dell’Ouverture delle Nozze di Figaro e una convincente Sinfonia n. 29 KV 201, seguite nella seconda parte dall’esecuzione della Kindersinfonie (conosciuta in Italia come sinfonia dei giocattoli) di Mozart padre; a chiudere, la ben più celebre Sinfonia Hob.I:100 in sol maggiore di F.J. Haydn, detta Militare.

L’esecuzione, nel complesso, benché interpretativamente precisa e con una propria coerenza stilistica -anche nell’affrontare una sinfonia con ben poche pretese artistiche quale la Kindersinfonie- non risulta però altrettanto limpida anche nell’atto performativo del Direttore (forse davvero troppo, troppo ricca di coreografica gestualità). Assolutamente positiva invece la performance dell’orchestra: capace di rimanere sempre ben compatta, uniforme ed intonata, sapendo anche ben assecondare le virtuosistiche evoluzioni ginniche del proprio Conductor.

Sarà dunque per la ghiotta occasione, sarà perché è stagione di forte turismo e meteo gradevole (ma anche per la buona musica), resta il fatto che la serata non solo ha avuto ampio seguito di pubblico, ma é stata anche calorosamente gradita ed applaudita.

Carlo Siega



giovedì 3 giugno 2010

Elettrofoscari in concerto


Martedì 8 giugno, dalle ore 19:00, nel Cortile di Ca’ Foscari si terrà l’evento conclusivo del progetto Elettrofoscari volto alla promozione e all’approfondimento della scena musicale contemporanea.

Protagonisti del concerto, articolato in più fasi, saranno l’ensemble Elettrofoscari, che eseguirà un brano di musica post minimalista, e i ragazzi del laboratorio Elettrofoscari, che eseguiranno una performance di musica elettronica. Al di fuori del progetto, ma a completamento dell’indagine della scena musicale contemporanea, i Mixed Shocks&Dreams si cimenteranno in una libera improvvisazione dal sapore jazzistico.

Programma:


Grilli – Performance conclusiva del laboratorio Elettrofoscari a cura di Nicola Buso
Eve Beglarian -The Marriage of Heaven and Hell eseguito dall’ensemble Elettrosfoscari
Mixed Shocks&Dreams - free improvisation


Per l'occasione verrà straordinariamente prolungato l'orario della visita della mostra Russie! fino alle ore 21:00; l’ingresso sarà gratuito per gli studenti e per il personale di Ca’ Foscari mentre, per i visitatori esterni, è prevista una riduzione del prezzo del biglietto da 7 a 3 euro.

martedì 11 maggio 2010

PRESENTAZIONE DEL LIBRO "BITCHES BREW"


Giovedì 13 maggio a Venezia, alle ore 18.00 presso la caffetteria L’Ombra del Leone di Ca’ Giustinian (S. Marco, 1364/a), sede della Biennale di Venezia, verrà presentato, in collaborazione con l’Area Educational della Biennale, il libro Bitches Brew – Genesi del capolavoro di Miles Davis di Enrico Merlin e Veniero Rizzardi, edito da Il Saggiatore.


Saranno presenti gli autori Enrico Merlin e Veniero Rizzardi.

Conduce l’incontro Enrico Bettinello, critico e giornalista musicale


In collaborazione con Area Educational e Promozione della Biennale di Venezia


Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa la Biennale di Venezia - Tel. 041 5218 868 - editoriale@labiennale.org - www.labiennale.org - www.labiennalechannel.org

lunedì 3 maggio 2010

TEATRO DEGLI ORRORI, INTERZONA, VERONA


Recensione concerto Teatro degli Orrori del 29/04/2010,


Associazione culturale Interzona, Verona.

La musica italiana è ancora una volta protagonista delle serate di Interzona, associazione culturale veronese che contribuisce ad animare le serate di terra scaligera. L’attenzione dimostrata negli ultimi anni per il panorama musicale italiano, tanto emergente (per nominare solo alcuni, Le Luci della Centrale Elettrica e Offlaga Disco Pax) quanto “storico” (Massimo Volume nella scorsa stagione), è ancora una volta riconfermata da Interzona. Giovedì 29 aprile è la volta del Teatro degli Orrori, gruppo nostrano riconosciuto ormai, con accordo di critica e pubblico, come una delle formazioni più promettenti della scena musicale italiana.

Il Teatro degli Orrori nasce nel 2005 dagli ex One Dimensional Man, Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero, a cui si uniscono il chitarrista Gionata Mirai (Super Elastic Bubble Plastic) e il batterista Francesco Valente. Come l’album d’esordio “Dell’Impero delle Tenebre”, e più di quello, il secondo lavoro, “A Sangue Freddo”, è un mix di impegno civile, cultura letteraria, enfasi teatrale in senso declamatorio, alla Carmelo Bene, che si innesta su sonorità intense che, nel passaggio tra il primo e il secondo album, virano dall’impeto noise verso un furore più propriamente rock; sullo sfondo una riflessione intensa e decisa sulla tradizione cantautoriale italiana e un uso magistrale della lingua di Dante. Il risultato è una notevole potenza espressiva che non può lasciare indifferenti.

Il Teatro degli Orrori torna in terra veronese, nella sede di Interzona, dopo un primo concerto nel 2007; concerto che, a detta degli stessi organizzatori, non fu granché per le precarie condizioni acustiche della nuova sede, sottoposta poi ad importanti lavori di insonorizzazione. Quasi una promessa e un debito nei confronti del pubblico veronese, quindi. Il concerto si apre sull’onda dei volumi altissimi caratteristici della band veneziana, con la voce di Capovilla forse un po’ sotto tono rispetto alla parte strumentale; ma il problema è presto risolto e, già dal terzo pezzo, si raggiunge un equilibrio che permette di godere le piene potenzialità performative di un gruppo ad alto tasso espressivo. La tracklist è ben costruita e presenta gran parte dell’ultimo album, intervallato da pezzi del primo, sulla comune linea di protesta e amore titanico per una vitalità senza mezze misure, perfettamente incarnata da un pezzo come “Majakovskij”. Di grande impatto “A Sangue Freddo”, title track dell’ultimo lavoro, brano dedicato al poeta e attivista politico nigeriano Ken Saro-Wiwa, e “Padre Nostro”, sicuramente due dei pezzi meglio riusciti. Notevole l’arrangiamento di “Direzioni Diverse”. Con i loro concerti, i quattro del Teatro degli Orrori vogliono contribuire a scuotere un paese “brutto e meschino”, come ricorda Pierpaolo, che sembra essere dominato da non-valori di piatta superficie, con la volontà forte di fare cultura. Il pubblico scaldato, pungolato, acceso, alla fine è trascinato dall’energia noise di pezzi come “Vita mia” e “Teresa”. La vocazione teatrale di Pierpaolo Capovilla, frontman e leader carismatico del gruppo, è ben sostenuta e accompagnata dal muro di suono orchestrato dalle chitarre di Mirai e Favero.

Se un nome può costituire un presagio e segnare un’attitudine, questo è il caso di Capovilla che, con un nome di pasoliniana memoria, non si sottrae all’impegno e non si risparmia sul palco. La performance è coinvolgente, potente, e allo stesso tempo duttile, pur su un tono che si mantiene sulfureo, cinico, declamatorio. E il pubblico di Interzona, sicuramente di solito non tra i più caldi, si è visto saltellare, spingere e farsi trasportare per oltre un’ora e mezza di concerto; e così gli intenti dichiarati della poetica artaudiana del “Teatro della Crudeltà”, da cui il nostro gruppo prende il nome, si sono infiltrati nella chiusura dell’aprile di Interzona.

Lo spettatore che viene da noi saprà di venire a sottoporsi ad una vera e propria operazione, dove non solo è in gioco il suo spirito, ma i suoi sensi e la sua carne. Se non fossimo persuasi di colpirlo il più gravemente possibile ci riterremmo impari al nostro compito più assoluto. Egli deve essere ben convinto che siamo capaci di farlo gridare
Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi PBE, 1978.

Michela Bergamini

CUORE DI LEGNO (E PECE)


It’s not where you take things from, it’s where you take them to” (Jean-Luc Godard)

Nuvola di pece.
Raining Blood degli Slayer.
Due archetti (e si è capito dopo il pezzo degli Slayer il perché di questa bigamia strumentale, visto l’enorme numero di crini caduti nell’enfasi del pezzo).
Capacità di mettersi alla prova
Se esisteva ancora qualche regola che impediva ad un violoncellista di suonare Jimi Hendrix o Trash Metal, è stata riscritta venerdì 16 all’auditorium Candiani.
Nel quarto e più acclamato evento, ultimo della rassegna “All You Need is X-Music” creata e promossa dai giovani, nel 2010, con l’aiuto dell’associazione Amici della Musica di Mestre, si è esibito uno fra i più bravi violoncellisti e uno dei migliori compositori contemporanei a livello internazionale, Giovanni Sollima.
Gli elementi di un successo già scritto?
Tutto esaurito da un mese, tutte le fasce d’età presenti in sala. Un concerto che non è solo musica ma anche spettacolo (da un’interpretazione di Halleluja con un appendiabiti alle sue composizioni “Natural Songbook” eseguite in movimento in mezzo al pubblico) e infine grande capacità musicale guidata da uno sguardo personale e rigoroso.
Non solo come suono o interpretazione, ma anche, come e per, sapienza e ricerca.
Come l’unire una Folia del ‘700 con Angel di Jimi Hendrix o prendere un repertorio classico sconosciuto che solo le parole dell’esecutore ci avrebbe fatto individuare come barocco, viste l’enorme modernità dei brani.
Non sono mancati i brani composti da Sollima stesso come “Concerto Rotondo”, pezzo in eterno aggiornamento (secondo il musicista arrivato alla versione 2.7) suonato ormai in ogni modo (dal violoncello di ghiaccio alla versione polistrumentale) né brani moderni, come My Girl dei Nirvana o Come Togheter dei Beatles.
Un viaggio musicale guidato dall’anima e dall’istinto e con la musica in ogni angolo della sua anima e del suo corpo. Un viaggio percettivo fortemente sentito.
Menzione merita anche la scenografia del palco. Ad accompagnare, infatti, sul palco il musicista palermitano due sedie posizionate una di fronte all’altra ai poli opposti (utili come punto di arrivo di alcune passeggiate musicali di Sollima) e infine due elefanti e una conchiglia, che successivamente lo stesso Sollima ha spiegato essere una propiziatoria compagnia lasciata dalla figlia nei momenti precedenti l’inizio dello spettacolo.
Il pubblico ha reagito benissimo, di volta in volta turbato o sorpreso, messo alla prova da questo gioco inventivo di nuove connessioni e relazioni, rivisitazioni e atemporalità.


Carlo Emilio Tortarolo

PAROLE DI MUSICA E NON SOLO: ECCO A VOI GLI ORANGE ROOM


Scegliere un nome da dare alle cose è sempre una questione delicata. Possono venir fuori mostruosità assurde. A Livorno c’è una stanza dove Beppe Scardino ha composto i primi pezzi suonati da uno dei gruppi più originali e interessanti della nuova scena jazz, o meglio, della musica creativa italiana. Questa stanza è tinta di arancione e il nome di questo gruppo è ORANGE ROOM.


Sono nati per caso, a Bologna. Frequentando locali in cui si sapeva che musica si andava a sentire. Qui, sempre per caso, si sono incontrati, si sono scelti e come tutte le cose si sono evoluti. Attualmente sono sparsi per il mondo. Le possibilità che hanno di incontrarsi tutti insieme a suonare sono poche, e la Residenza al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia è stata un’ottima occasione: il materiale che si stanno portando dietro da un anno, ha potuto prendere forma, essere registrato e portato sul palco.


E proprio in questa occasione in un momento di pausa durante la registrazione, i ragazzi di Note a Margine hanno incontrato Beppe Scardino (sax baritono, clarinetto basso, composizioni), Francesco Bigoni (sax tenore, clarinetto), Piero Bittolo Bon (sax contralto, flauto, clarinetto contralto), Pasquale Mirra (vibrafono), Antonio Borghini (contrabbasso), Federico Scettri (batteria). Con gli Orange Room più che un’intervista, quello del 31 marzo è stato un dialogo libero, un flusso di conoscenza e confronto.


Quattro ragazzi seduti sul palco, due in platea in mezzo a noi: già da questo stare insieme, rispondere insieme, passa l’idea di gruppo, di respiro collettivo. Spesso nel jazz si tende a focalizzare la musica nella personalità. Loro invece, pur partendo dalla composizione di Beppe Scardino, hanno un lavoro fatto di prove, in cui i pezzi sono suscettibili a stravolgimenti.


Qual è il rapporto tra musica e parole?
Uno dei miei musicisti preferiti, Anthony Braxton, ha scritto fiumi di parole. Questo dimostra che le parole e la musica non vanno separate per niente e non sono in disaccordo.
Chi seriamente fa critica musicale, è fondamentale che capisca la musica. Per capirla credo sia necessario conoscerla, aver voglia di scoprirla e decifrarla; ma questo è difficile e richiede tanto tempo e sacrificio, pari a quello del musicista che ha fatto prove e concerti.


Anche il musicista deve avere un approccio con la lingua parlata? Chi non la compone può parlare con autorevolezza? Quello che fa musica deve anche parlarne. Non solo chi l’ascolta e chi ne sa.
La discussione è figlia di un corto circuito fisiologico che esiste perché la musica di per sé è già un linguaggio ed è autosufficiente. Il linguaggio del musicista è la musica, invece chi scrive lavora su un linguaggio che è la parola. Credo che chi scrive di musica dovrebbe avere un’alfabetizzazione rispetto al linguaggio della musica.

Un passaggio assolutamente obbligato per chi si occupa di musica attraverso le parole, ma in generale di chi opera nel mondo della musica, è, per esempio, un’alfabetizzazione musicale che di base ti consente di capire il significato ed eventualmente ciò che quel significato porta.
Quello che il musicista vuole spiegare è tutto nella musica; lo sforzo è di rendersi conto che non c’è una critica in grado di interpretare. Quindi, lo sforzo di Braxton, è stato quello di mettere al sicuro le sue informazioni, che sarebbero andate perse. E’ un lavoro molto utile che lui ha fatto, ma in generale la musica si comunica da sè.


Molti musicisti in Italia hanno avuto l’esigenza di spiegarsi. La comunicazione di qualcosa a una persona non alfabetizzata, è un’esigenza. Chi fa musica non la fa per sé. Principalmente si fa musica rivolgendosi a una forma espressiva, ad un linguaggio per comunicare qualcosa ad altre persone.
Non trovo del tutto corretto il pensiero che ci sia qualcosa da capire. Se una musica, anche complesse, smuove qualcosa o passa un messaggio a una persona, non è indispensabile capire le architetture interne del perché arrivi quel messaggio. Altrimenti sarebbe la musica che dovrebbe dare un manuale d’uso. Però bisogna sempre prestare attenzione affinché la traduzione della musica in parola sia fatta bene. Se ora noi suonassimo un pezzo e facessimoo vedere come funziona, probabilmente la mente di chi l’ha ascoltato lo apprezzerebbe di più. Ma dipende dalle persone. Altri magari non sono interessati a come funziona.


Nel jazz e dintorni, un ragazzo giovane che vuole mettersi in relazione con la musica di matrice afroamericana, o comunque affrontare musiche che contemplino il rapporto fra la scrittura e l’improvvisazione, è facile che porti con sé ascolti ed esperienze che vanno fortemente al di fuori dal suo tempo.
Ormai un musicista jazz ha alle spalle una storia che comincia a diventare importante con la quale ci si deve confrontare. Ci sono musicisti che ritengono che si debba solo conservare la tradizione, i canoni, una serie di stili del linguaggio. In un gruppo come questo, non si vive in questo modo né l’attività di musicista né il fatto di sentirsi musicisti jazz. Il nostro ascolto della tradizione è volto alla comprensione dei processi che avvengono in quella musica che possiamo mettere in pratica nella nostra o nei quali possiamo aggiungere o scombinare degli elementi.


Un musicista che suona jazz è sincero se è vicino alle esigenze del suo tempo. Attualmente un musicista giovane che si vuole collocare e vuol essere come 50 anni fa, senza vivere la sua quotidianità, è anacronistico. Anche negli anni ’50 c’erano musicisti che suonavano musica passata e suonavano anche musica meravigliosa ma non erano considerati i personaggi rappresentativi della musica di quegli anni, perché non facevano la musica del loro tempo. Per voi l’universo musicale lontano da quello che suonate, ha un’esperienza importante? Perché ogni tanto sembra che i musicisti tendano a mantenere canoni e paradigmi tradizionali, consolidati in un genere.
Il jazz legato alla tradizione è una forma di superstizione perché si ripete acriticamente. Questo me l’ha fatto notare un amico e credo sia un’ affermazione intelligente. Del jazz di questo tipo mi da fastidio la sterilità e la supponenza con cui nella prassi esecutiva si suona il tema: ognuno si fa la carrellata di assoli e quando uno sta facendo l’assolo, l’altro, nell’immaginario comune, va a bersi un whisky o cose che sembra che tutti debbano fare per essere un jazzista. Anche al di fuori di quando suona sembra esserci un comportamento tipico di colui che vive nel mondo del jazz. Queste sono tutte cose che mi danno fastidio, questa retorica non mi interessa. A me interessa la musica. Amo la musica. Ci “capita” di suonare lo stile jazzistico, ma se ci fossimo fermati all’apparenza non avremmo fatto musica.


Il fatto di rimanere fossilizzati in un genere, con uno stile è questione di pigrizia o mancanza di coraggio?
E’ un problema culturale ma è anche semplice e lavorativamente paga. Insomma è una questione di comodo. Diciamo che quel tipo di musica è diventata in certi versi “commerciale”. E’ più facile lavorare e trovarsi degli spazi, ma è anche più semplice dal punto di vista della ricerca musicale proprio perché priva di ricerca. E’ una musica basata su clichè eseguiti in forma passiva.
Provate a pensare ai 5/7 minuti di jazz che passano in tv e sulle reti nazionali in settimana. Chi dice di andare a vedere un concerto di jazz per puro sfizio, si aspetta di sentire quella musica.
E non diventa più musica che uno ascolta. Il fatto che in un locale ci sia la jazz band è una questione di arredamento. E’ una cosa di moda.

Fino a qualche anno fa c’erano luoghi in cui si riusciva a capire veramente come le persone suonavano, perché si suonava e basta. Ora, negli stessi posti, non si ha più modo di capire bene come un musicista vede la musica. E poi, ora come ora, noi siamo confinati, quasi, alle case private, perché luoghi come quelli che abbiamo frequentato non ce ne sono più.
Sono i piccoli luoghi che danno spazio alla nascita di certe cose.
E poi bisogna far notare che i luoghi sono vuoti. Nessuno va più ad ascoltare niente. Basta mettere il naso fuori dall’ Italia per vedere che le cose non sono così. Prendiamo Berlino, dove abita Antonio: lì, dal club più fighettino, al pub più sconosciuto, ci sono sempre ragazzi che vanno ad ascoltare musica dal vivo.


E questo è dovuto a...
… alfabetizzazione musicale. E non solo, anche culturale tout court. Ma il fatto che qualcuno di noi respiri un’aria diversa, un clima culturale diverso, ascolti cose che non ha mai sentito, è uno shock culturale positivo che porta degli stimoli per nuovi progetti.
La nostra lontananza geografica, dal punto di vista creativo è un’ondata di energia positiva. Il gruppo si nutre delle nostre crescite individuali.


Tutti avete fatto apprendistato jazz. Questo è il vostro punto di partenza. Dove siete arrivati adesso e dove volete arrivare?
Di sicuro lavoriamo sui metodi, sui processi che portano alla creazione di quel suono che tiene in vita, e terrà per sempre in vita, la musica. Dove andremo non lo so.


(a cura di Lucia Mantegazza)

To Rococo Rot - Speculation

Domenica 25 aprile Teatro Fondamenta Nuove, all’interno del programma Risonanze, apre le porte alla musica elettronica.
Come ospiti i To Rococo Rot, trio Berlinese attivo dal 1995.
Il gruppo è composto da Stefan Schneider (bassista), e dai fratelli Robert (electronics) e Ronald Lippok (batteria, effetti elettronici).
Ci presentano il loro ultimo album, Speculation.

Il Teatro cambia la sua veste: questa volta l’atmosfera data dalle luci verdi soffuse ci invita esplicitamente ad entrare in una nuova dimensione.
Le sedie per l’occasione sono state tolte e la zona centrale è pronta ad accogliere chi vuol ballare

L’atmosfera del teatro fa presagire qualcosa di particolare; entrano i protagonisti e sin dalle prime note dichiarano i loro intenti.
Apre la serata Away (via): uno stile minimale, chiaro e ritmico, difficile non essere colpiti dal suono del basso.
Basta girarsi e vedere tra il pubblico chi già con la testa si muove a tempo per capire che se questo è l’inizio, i presupposti per una domenica Veneziana all’insegna delle forti emozioni ci sono tutti.
La serata man mano si fa più intensa, è il momento di ascoltare Seele (anima), brano che cominciando gli accordi inquietanti di un pianoforte elettronico lascia spazio a sofisticati effetti sintetici sempre accompagnati in modo elegante da basso e batteria.

I To Rococo Rot, ci fanno capire che per loro è arrivato un nuovo momento.
Liberandosi dai vecchi abiti indossati all’inizio della loro carriera ci fanno ascoltare un nuovo lavoro in cui l’analogico è protagonista incontrando però molte influenze che spaziano dal minimal-techno al pop, passando per l’ ambient, la psichedelia e il post-rock. Pur volendo guardare avanti però non dimenticano il loro inizio ecco perché in alcuni momenti rendono omaggio al loro passato con una nota nostalgica.

Una serata a teatro diversa, ancora più coinvolgente e divertente, i To Rococo Rot hanno colpito e ci si chiede già quando si potrà di nuovo ballare sotto il palco ascoltando la loro musica.
All’uscita chi vuole può comprare un album potendo scegliere tra passato e presente.
Rimane il tempo per fare due chiacchiere, prima di tornare a casa. Giusto il tempo di chiedere “come ti è sembrato il concerto?” che c’è già qualcuno con il cellulare, pronto a farti riascoltare la registrazione di uno dei brani preferiti.

La giusta conclusione: arrivederci a presto To Rococo Rot.
Laura F (note a margine)

martedì 27 aprile 2010

To Rococo Rot @ Teatro Fondamenta Nuove - Rassegna Risonanze - 25/04/2010

Dopo una considerevole pausa, il Teatro Fondamenta Nuove di Venezia torna a battere, all'interno della rassegna Risonanze, i sentieri della sperimentazione elettronica attraverso cui in passato ci aveva fatto da guida (ricordiamo i concerti di Matmos, nel 2007, e Angel l'anno sucessivo).
Sul palco questa volta sale l'asse Dusseldorf-Berlino conosciuta come To Rococo Rot. Palindromo che è sinonimo ormai consolidato di una carriera ultradecennale fatta di eleganti sperimentazioni nell'elettronica suonata, con risultati stilisticamente accostabili a quelli dei connazionali Mouse on Mars.

"Away" apre il concerto come l'ultimo disco: incipit il cui azzeccato potenziale risente però di alcuni difetti acustici, su tutti un basso che tende ad uscire eccessivamente dal mix oscurando notevolmente l'elettronica. Basta poco però, il fonico solerte ingrana in fretta e trova un ottimo equilibrio già dal terzo brano, una "Seele" in cui caldi samples di piano sposano un approccio ritmico squisitamente glitch, in cui oculati incastri tra batteria acustica e drum machine si smarcano da certe scontatezze "di genere" anche quando la cassa si fa dritta ed i risultati più dancefloor. "Working Against Time" ne è un esempio efficace, piglio funk nelle basse ed efficaci arpeggiatori che fanno scuotere le teste come su disco si faticherebbe a sospettare.
Ma la musica dei To Rococo Rot rimane soprattutto orientata all'ascolto: elegante connubio di minimalismo e kosmitschità, dove elettronica ambientale e linee di basso vagamente wave respirano a pieni polmoni l'Oxigen jarriano.

E' Dance Music Intelligente che nulla invidia al catalogo Warp; è un abile equilibrio tra elettronica riportata all'originale stato di ricerca e musica fruibile anche prescindendo qualsiasi velleità da intellettuale.
Una psichedelia reiterativa la cui vocazione danzereccia si muove su moderati valori di bpm e le cui basi evidentemente poste su minimalismo e dilatazione non vanno mai a intaccare una coerenza e una durata fedele ai quattro minuti della forma canzone (se così si può chiamare parlando di un gruppo strumentale), avvalendosi piuttosto di un approccio da colonna sonora che li avvicina a certe composizioni post-rock.
Il resto lo fanno l'ottima esecuzione e la certosina cura dei suoni, le luci perfette ed un teatro stipato e traformato per un'ora abbondante in osservatorio interstellare.

(Alberto Casagrande)

TO ROCOCO ROT


To Rococo Rot - Speculation
Teatro Fondamenta Nuove, Venezia 25 aprile 2010


Dopo i lunghi digiuni forzati, che inducono ormai al rachitismo il pubblico del nord est italiano amante dell’elettronica, ecco che la RISONANZE spring 2010 [rassegna di nuove musiche contemporanee] offre finalmente un pasto abbondante per tutti accogliendo sul palco i To Rococo Rot.

Il trio sembra promettere bene: Robert e Ronald Lippock (batteria e sampling), insieme con il bassista Stefan Schneider, vantano origini berlinesi (per i due fratelli) nonché dusseldorfiane (per il bassista), un decennio di carriera alle spalle, progetti paralleli (Tarwater) e l’approvazione di una critica che scova le loro radici nel krautrock di fine anni ’70.
Gli affamati escono dunque allo scoperto, il teatro è pieno e l’atmosfera verde soffusa sembra preannunciare l’arrivo di fantomatici "corrieri cosmici".

Nulla di nuovo però sembra arricchire la monotonia dei primi due pezzi sebbene, in seguito, qualcosa cominci a smuoversi grazie a ritmi più coinvolgenti, talvolta sconfinanti in melodie neworderiane e cassa dritta, e grazie anche ad alcuni campionamenti capaci di donare colore alla scala di grigio caratterizzante le basi. Piena ragione dunque al sito della Domino (loro nuova etichetta) nel quale si legge che il linguaggio del gruppo è cambiato: la qualità del passato sembra di fatti offuscata dall’uniformità che caratterizza la produzione presente tanto che, nemmeno la suggestione delle campagne dello studio di registrazione dei FAUST, in cui parte del loro ultimo lavoro prende vita, riesce a riesumarla.

Per i nostalgici ci sarebbe comunque un lieto fine, un bel ripescaggio da Veiculo, anche se le intrusioni del basso, purtroppo sgradevoli e inopportune, riescono a mortificare l’idillio.
Malgrado ciò, il livello è buono e il tutto risulta essere senza dubbio più entusiasmante di una canonica domenica veneziana. Non fosse stato per la piacevole qualità dell’audio della sala, le melodie avrebbero però reso meglio come musica di sottofondo in un qualsiasi lounge della città.
Nonostante l’entusiasmo e la sazietà generale, accelero dunque di fronte all’affollato banchetto decisa a non speculare il mio danaro in ulteriori album sempre identici a sé stessi quand’ecco che, appena varcata la soglia del teatro, nulla era cambiato: i crampi erano di nuovo tornati a farmi visita.

Chiara Arangino

ZU @ UNWOUND CLUB (PADOVA)

Ciao a tutti, dato che si era creata una piccola discussione sugli Zu pubblico la recensione del concerto visto a Padova. Perdonatemi il ritardo, spero che la troviate interessante e che sia utile per conoscere meglio questa band estremamente importante del panorama alternative italiano e internazionale.

Alberto



ZU @ Unwound Club (Padova) 19/02/2010



Trepidante è la folla che gremisce l'Unwound in questa fredda serata di metà Febbraio. Spasmodica è l'attesa, a conferma dello status di cui il trio capitolino è investito in maniera ormai consolidata. D'altronde il curriculum parla da se: un inizio legato a doppio filo con il teatro, una ventina di produzioni in poco più di dieci anni, tour mondiali, Ipecac Records, prestigiose collaborazioni ed entusiastiche pacche sulle spalle da parte di mani importanti della scena internazionale.
Prodotto da esportazione e icona di prestigio nel panorama jazz e noise-rock mondiale, il ciclone Zu ha avuto la meritata consacrazione con l'ultimo, devastante, "Carboniferous"; sintesi perfetta di un percorso tortuoso e avventato in cui imparare ad ammaestrare soluzioni sonore grantiche ed indomabili.
Sonorità coraggiose, cacofoniche eppure più che mai trasversali, capaci di farsi spazio nei timpani più diversi con estrema facilità. Qualcosa di incredibile per una musica cosi poco user-friendly.

La serata che l'Unwound propone si inserisce perfettamente all'interno della programmazione sempre attenta e coerente alla quale il club padovano ci ha felicemente abituato.In apertura gli ottimi Aucan, trio bresciano dedito a un rock matematico di forte matrice elettronica, metronomico connubio di Holy Fuck e Pivot con un'impatto sonoro a tratti -azzarderei- stoneriano. Da rivedere assolutamente in un set più lungo.
E' mezzanotte quando i Romani salgono sul palco. E' "Chtonian" ad aprire le danze, sciabole acide escono dall'ampli del basso e corrodono lo stomaco dell'ascoltatore. La ritmica è implacabile e coninvolge fin da subito in una danza primordiale ed evocativa, sconclusionata eppure capace di accendere un fuoco nel basso ventre.
Le linee sono chiare, il concerto prosegue in un'esecuzione pressochè integrale dell'ultimo album, in cui non è dato letteralmente spazio al respiro, eccezion fatta per i divertenti siparietti imbastiti dal "solito" Jacopo Battaglia (batteria). Del resto gli Zu sono anche questo: divertimento ed estremo stupore nel vedere dal vivo cosa fanno e come lo fanno.

Ma sono soprattutto abili sarti, mastri tessitori di intricate trame ritmiche mai lineari; orditi sonici tortuosi e taglienti, ricamati con mano abile e precisa al millimetro.
O, se si preferisce, spietati carnefici dalla mannaia implacabile, torturatori certosini di menti condotte minuto dopo minuto all'inevitabile spasmo.
Violenza e controllo coniugati splendidamente, con un basso distorto e iperprocessato che martella, mentre il sassofono arricciabudella di Luca Mai si contorce su se stesso in strazianti vagiti primordiali che sfiorano la nevrastenia.
Il risultato esula da qualsiasi etichetta; volendo dare ascolto al nostro umano istinto catalogativo possiamo collocarlo da qualche parte tra i Naked City e l'hardcore, con una sacrosanta devozione nei confronti della grande scuola del noise-rock americano (Melvins e Oxbow su tutti).
Un'ora abbondante di spettacolo ed ecco la chiusura, intelligentemente affidata a "Ostia", ossessivo manifesto dello Zu-ismo e piccolo anthem capace di infiammare un pubblico saturo e soddisfatto, consapevole di aver assistito a quella che senza ombra di dubbio rimane -in ambito "rock"- una delle più efferrate, moderne e ricercate performance in circolazione.

(Alberto Casagrande)


HOLY FUCK - LATIN (2010)

Ciao a tutti, segnalo la recensione che ho scritto per una webzine con cui collaboro da poco..un disco consigliatissimo e in qualche modo in tema con il concerto dei to rococo rot.
A presto!
Alberto - Note a Margine


venerdì 23 aprile 2010

Elettrofoscari from Silvio Lorusso on Vimeo.


“Elettrofoscari” nasce dall’idea di un gruppo formato da studenti e docenti dell’Ateneo veneziano.

L’iniziativa vuole promuovere con laboratori ed eventi-concerto la divulgazione della produzione musicale elettronica (genere di musica che, partendo dalla musica concreta, utilizza sia tecniche di registrazione e manipolazione dei suoni, sia tecniche di sintesi sonora e di campionamento) e contemporanea (musica di matrice "colta" composta nel XX e nel XXI secolo nata come reazione alla tradizione romantica europea del XIX secolo).

In concreto il progetto si sviluppa in due direzioni diverse ma strettamente collegate:

  1. Laboratorio di musica elettronica: verrà organizzato a partire dal mese di aprile ed avrà durata bimestrale a cadenza settimanale. L’obiettivo di tale attività é di permettere agli studenti partecipanti di avvicinarsi alla musica elettronica tramite lezioni didattiche e attività laboratoriali tenute da docenti.
  2. Concerto-evento finale: si terrà nel cortile di Ca’ Foscari centrale nel mese di giugno 2010. Si esibirà un ensemble di musicisti-studenti degli atenei veneziani creato ad hoc per l’occasione. I membri di quest’ultimo avranno il compito di preparare il repertorio con lavori di Steve Reich, Eve Beglarian, proponendo anche performance improvvisative di carattere sperimentale. Le prove, a porte aperte, dell’ensemble si terranno al teatro universitario “Poli” orientativamente a partire dal mese di aprile. Il proposito é che l’ensemble si definisca come identità stabile e duratura nell’Università per l’esecuzione del repertorio musicale contemporaneo.

domenica 18 aprile 2010

L'INVENZIONE DELL'ARTE


... e anche della musica!


Per una riflessione generale, suggerisco la lettura di questo bellissimo libro


"L'invenzione dell'arte - una storia culturale"

di Larry Shiner

Einaudi


La ricerca storico-filosofica interpreta di solito le produzioni artistiche basandosi su una categoria assunta a priori, derivante da una concezione universalistica delle scienze figlia dell'Illuminismo. I metodi della storia dell'arte e dell'estetica sono quindi spesso applicati a epoche in cui l'idea moderna di "arte" era del tutto assente, o a luoghi in cui essa giunse solo con la colonizzazione. L'inclusione odierna di manufatti extraeuropei nei musei o il problema dei limiti reciproci tra arte e artigianato sono solo alcuni dei temi di dibattito ai quali Larry Shiner fornisce nuovi, dirimenti argomenti. La tendenza a considerare opere d'arte le tragedie di Sofocle, le cantate di Bach o i dipinti di Leonardo induce a trascurare dati importanti quali il valore politico delle rappresentazioni teatrali nell'antica Grecia, la funzione religiosa e sociale della musica, il ruolo della committenza e dei collaboratori nella pittura rinascimentale. Non si tratta di ridimensionare la qualità del lavoro degli artisti, ma di interpretare correttamente i documenti del passato: se l'apprezzamento delle loro opere si basa oggi su criteri come indipendenza e originalità, ciò non significa che fu sempre cosi. Ripercorrendo la storia dell'arte dall'antichità a oggi, Shiner mette in luce la grande variabilità dei concetti di "arte" come la diversità delle funzioni concrete attribuite a manufatti, composizioni e rappresentazioni.

venerdì 16 aprile 2010

IL TEMPO DI MAHLER E' ARRIVATO


…C’è una serie di tentativi sempre meno efficaci finché egli rinuncia del tutto, in modo semplice e meraviglioso, attraverso il silenzio più che le note. Alla fine del movimento rimane solo qualche filo di ragno, uno di quei tenui fili che lo lega alla vita viene lasciato andare, e poi.. un altro filo e un altro ancora, un re bemolle maggiore e i violini che sfumano nel silenzio. Finalmente sopraggiunge l’accettazione della morte e tutto si spegne...” Leonard Bernstein

Ombre.
Grosse ombre con bacchetta incombono su chi si cimenta nell’esecuzione delle sinfonie di Mahler.
Non è la trama di un musical su Harry Potter, ma è l’inevitabile confronto che ogni direttore d’orchestra deve incorrere con maestri come Bernstein e Karajan.
Non sempre è facile, per chi recensisce, separarsi dalle loro vibranti interpretazioni.
Come non è facile, per chi esegue, sapersi distinguere da esse.
Eliahu Inbal sfida queste presenze, al Teatro La Fenice, per la seconda volta (dopo la prima nella stagione 1984-1985), completando nuovamente l’integrale mahleriano, con la Nona Sinfonia e con la Quarta, il 24 aprile, prossimo appuntamento per la stagione sinfonica dedicata al 150esimo anniversario della nascita del direttore d’orchestra di Kalischit.
Ottanta minuti di discontinui stili e caratteri: dalle tracce delle prime sinfonie (dette le"austriache") nel primo e nel secondo movimento (fanfare, marce funebri, ritmi di danza popolare, suoni e immagini del paesaggio naturale), ai motivi delle sinfonie "viennesi" nel Rondò, terzo movimento, con il “rumore” da confusione della città ed infine, nell’ Adagio conclusivo il tema del commiato finale del Das Lied von der Erde (Il canto della terra), un lungo addio fatto di silenzi e musica.
Come detto, il confronto, in un epoca, in cui certe fonti sono facilmente raggiungibili da tutti, è inevitabile. Ed è inevitabile, che Inbal, pur rimanendo uno dei migliori direttori d’orchestra odierni, come il pubblico della serata ha fatto capire a gran voce tributandogli applausi e incitazioni, ne esca provato.
Paga non solo la predominanza numerica e sonora, dei violini rispetto a viole e violoncelli, non sufficientemente controbilanciata dalle ottime esecuzioni del primo violino e della prima viola, ma anche una carente interpretazione degli archi, nei movimenti lenti, (emblematica la scena , ripetutasi due volte, di Inbal costretto a “cantare” la parte ai violini) solo in parte raggiunta negli ultimi minuti del quarto movimento.
Un piccolo incidente di percorso che non compromette l’ottima stagione, fin qui svolta, dall’orchestra e dal suo direttore artistico, nella speranza che la prossima sinfonia sia quella buona. Quella da annali di storia della musica.

Direttore Eliahu Inbal
Esecuzione Teatro La Fenice, Domenica 11 aprile 2010
Links
http://www.youtube.com/watch?v=S8YUIG3YgxQ&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=QYd5K_0-ae4
http://www.youtube.com/watch?v=YiYB_AyX0sk

Carlo Emilio Tortarolo

VENEZIA ROMANTIQUE

Giovedì 15 aprile si è aperto il festival "Il pianoforte romantico", organizzato dal neonato "Palazzetto Bru Zane - Centre de musique romantique francaise".
Sita a due passi dalla Scuola grande di S. Giovanni evangelista, la Fondation Bru ospiterà un ciclo di nove concerti cameristici, il primo dei quali ha visto sul palco il quartetto Modigliani (Prix révélation de la critique 2009 in Francia) e il giovane pianista Jean-Frédéric Neuburger. Coerentemente colle finalità dell'istituzione, volta a promuovere l'Ottocento francese, il raro
quintetto per pianoforte e archi op.51 di Florent Schmitt (1870 -1958) è risuonato nel salone tardo-secentesco alle 20.30.
Se il nocciolo della stagione è costituito da recitals pianistici (e fortepianistici, con la promessa Schoonderwoerd il 24 aprile), suscitano grande attesa anche i due appuntamenti sinfonici del 17 aprile e del 14 maggio, entrambi alla Scuola grande di San Rocco. Per il primo, Francois-Xavier Roth si esibirà coll'orchestra da lui fondata Les Siécles in un florilegio di autori francesi negletti, per il secondo la Sinfonia Varsovia eseguirà musiche di Gounod e Hérold. Bon Ecoute!

info: http://www.bru-zane.com/it-calendar.html
biglietti: 5 euro per i possessori della Giovani Card del Comune di Venezia

Francesco Gelati

giovedì 8 aprile 2010

Il TFN Channel è on-line

Sei rimasto a casa perchè avevi la febbre? Sei rimasto fuori perchè era sold out? Nostalgia di un concerto? Seguici su TFNchannel, il canale youtube di Teatro Fondamenta Nuove!

http://www.youtube.com/watch?v=cw8R8Gt6Fzk

martedì 30 marzo 2010

Quando gli strumenti non bastano - Han Bennink & Daniele D'Agaro a Risonanze

Una sedia di legno, un paio di scarpe, un asciugamano e lo stesso pavimento: oggetti comuni con cui si ha a che fare ogni giorno. Difficile pensare che anche loro possano avere un suono, oltre al comune cigolio che producono nel loro uso quotidiano. Più che un suono, una musica, un ritmo: una qualità intrinseca che hanno inconsapevolmente e che poche volte viene mostrata; ma quando viene rivelata, difficilmente nella stessa sera si riesce a toccare uno di questi oggetti senza pensare al suo potenziale “diverso”. Certo non è una cosa da tutti suonare con grande tecnica qualunque oggetto capiti a tiro. Certo non è che sia facile far rimanere incollate delle persone ad ammirare una sedia che viene suonata con delle bacchette. Certo è che il batterista olandese Han Bennink è uno di questi maghi che rivelano come tutto ciò che ci circonda può avere una sua musicalità e può dialogare in un free jazz da urlo con signor strumenti come il sassofono o il clarinetto stupendamente suonati da Daniele D’Agaro.

Sul palco del Teatro Fondamenta Nuove di Venezia Han Bennink dà spettacolo, diverte ed emoziona con il suo compagno di avventura Daniele D'Agaro cercando di spingersi oltre, facendosi guidare da un ritmo che cresce vertiginosamente tanto da far urlare a un Bennink scatenato “I’ve got the feeling that i’m falling”.
Il batterista olandese e il sassofonista/clarinettista friulano danno vita a un dialogo incredibile, molto acceso e travolgente: il ritmo rapisce lo spettatore portandolo in viaggio verso diverse melodie, ricordando sonorità come Sun Ra o The Dedication Orchestra. Han Bennink fa follie picchiando l’asciugamano contro le pelli della batteria, distendendosi in terra per battere le bacchette contro il pavimento, appoggiando il piede sulla cassa o cercando un debole suono strofinando le dita contro una pelle inumidita con della saliva, proprio come i bambini fanno con i bicchieri al ristorante. Daniele D’Agaro non si scompone un solo attimo, sorridente durante gli assoli del suo compagno ed estremamente concentrato sul suo strumento mentre compie incantevoli ritmi vorticosi grazie al suo fiato e alle sue magnifiche dita. Un piacere guardarle mentre scorrono velocissime tutti i bottoni del sax.

Una serata dove il free jazz ha inglobato sonorità provenienti da altre parti, da altri oggetti inusitati. E che lo spettatore ha avuto il piacere di scoprire. I due grandi maestri del jazz internazionale vanno oltre le aspettative, superandole: grazie Han Bennink e grazie Daniele D’Agaro.

Visto al Teatro Fondamenta Nuove, Venezia


Carlotta Tringali


foto di Laura Fregona


giovedì 25 marzo 2010

INTERVISTA A BEPPE SCARIDNO

http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=5034

Così vi fate un'idea - abbastanza completa - del suo lavoro e prepariamo assieme le domande per l'incontro

domenica 7 marzo 2010

MUTATIS MUTANDI

Celebri camaleonti resuscitati


Odetta Holmes – Motherless Child:
http://www.youtube.com/watch?v=-5U0-iO9rjM

Tom Jones & Portishead + Kathleen Emery – Motherless Child:
http://www.youtube.com/watch?v=yEn0UdJfLr0


James Brown - I Lost Someone:
http://www.youtube.com/watch?v=wDNIm-5Ik20

Cat Power – Lost Someone:
http://www.youtube.com/watch?v=IIl-uYICe6s


Ella Fitzgerald – Cry me a River:
http://www.youtube.com/watch?v=2XggjVo3j-o

Joe Cocker – Cry me a River:
http://www.youtube.com/watch?v=SMwXPueu-RM

Bjork – Cry me a River:
http://www.youtube.com/watch?v=83SWvYmxCdg


George Gershwin – Summertime:
http://www.youtube.com/watch?v=faiG6Ssvpyc

Janis Joplin & Jimi Hendrix – Summerime:
http://www.youtube.com/watch?v=daG_iY0iKPc&feature=related



chiara arangino

mercoledì 24 febbraio 2010

SOUL MUTANTE

5 PERCORSI POSSIBILI DI MUTAZIONI SOUL... DA SOTTOPORRE A SUCCESSIVE MUTAZIONI

Gil Scott Heron The Bottle http://www.youtube.com/watch?v=_b2F-XX0Ol0 -> Gil Scott Heron Me & The devil http://www.youtube.com/watch?v=OET8SVAGELA

Al Green Take Me To The River http://www.youtube.com/watch?v=vGD8aQ2GKr0 -> Talking Heads Take Me To The River http://www.youtube.com/watch?v=anjT71N4PGM

Bill Withers Who Is He And What Is He To You http://www.youtube.com/watch?v=9FbUGkouIPg -> Me’Shell Who Is He And What Is He To You http://www.youtube.com/watch?v=K0ov9082a1c

Terry Callier What Colour Is Love http://www.youtube.com/watch?v=ozaLAy0XKeY -> Terry Callier Lazarus Man http://www.youtube.com/watch?v=NQWD-Hz5YuQ

Dinah Washington What A Difference A Day Makes http://www.youtube.com/watch?v=bVyyyGxWYD8 -> Esther Phillips What A Difference A Day Makes http://www.youtube.com/watch?v=cBLgxr4twt8

martedì 23 febbraio 2010

ALL YOU NEED IS X-MUSIC

Mestre, Centro Culturale Candiani, Auditorium; Teatro Toniolo

Progetto pilota ideato, gestito e organizzato dagli studenti per gli studenti (Non Vietato agli Adulti)

Direzione artistica formata da studenti dei Licei Bruno, Franchetti e Morin di Mestre, Marco Polo e Benedetti di Venezia, coordinata da Mario Brunello

Con il sostegno della Associazione Amici della Musica di Mestre in collaborazione con Comune di Venezia, Produzioni Culturali e Spettacolo, e Centro Culturale Candiani,

e con il Patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto


(per informazioni dettagliate sui programmi e sugli interpreti)http://www.culturaspettacolovenezia.it/index.php?iddoc=11877

il programma è visionabile sia nel sito che nel riquadro alla vostra destra



Prezzi

Carnet di biglietti per i quattro concerti € 10,00 (offerta riservata ai giovani fino ai 26 anni).


Biglietti Auditorium Candiani

Interi € 10,00

Ridotti giovani fino i 26 anni € 3,50


Biglietti Teatro Toniolo

Interi € 20,00

Ridotti € 15,00






#CeT

mercoledì 10 febbraio 2010

IL MAHLER INTIMISTA ALLA FENICE


Quale miglior modo di incominciare a Venezia il mese di febbraio (cruciale a causa del carnevale) dello strepitoso recital offerto il 1º febbraio dal baritono Christian Gerhaher?
Accompagnato al piano dal suo partner abituale Gerold Huber, si é presentato alla Fenice con un programma esclusivamente dedicato a Gustav Mahler.
Spazio dunque alle raccolte “Lieder eines fahrenden Gesellen” (Canti di un apprendista errante), “Kindertotenlieder” (Canti dei bambini morti), “Des Knaben Wunderhorn” (Il corno magico del fanciullo) e “Lieder und Gesänge aus der Jugendzeit” (Canti e canzoni dell’adolescenza).
Il programma interamente mahleriano crea un intelligente dialogo colla stagione sinfonica veneziana 2009-2010, denominata appunto “nel segno di Mahler”. Ha inoltre il pregio di riallacciarsi idealmente al recital canoro dello scorso 14 dicembre, quando fu di scena un florilegio della musica viennese d’avanguardia di inizi secolo, con brani di Schoenberg, Berg, Webern e Alma Mahler (proprio lei, la moglie di Gustav).
Gerhaher è uno delle voci più acclamate dell’ultimo decennio; alla Fenice dà l’ennesima prova della propria eccezionale agilità vocale, e si dimostra completamente a proprio agio anche nei non rari passaggi virtuosistici. La sua voce sicura e pulita non teme le numerose asperità tecniche, affrontate invece con grande scioltezza e purezza timbrica. Unica pecca, qualche lieve segno di affaticamento mostrato poco prima dell’intervallo, a cui però ha fatto seguito una magistrale interpretazione dei Kindertotenlieder. Il baritono ha dato ai laceranti versi di Fredrich Rueckert una lettura che fondeva la bruciante ed inestinguibile sofferenza che emerge dal testo con un dolore vissuto dignitosamente.
Grande pecca, la scarsa affluenza di pubblico: occupati poco più della metà dei posti in platea, terzo ordine completamente vuoto, qualche sparuta presenza in loggione. Errore in fase di programmazione? Direi di no; la tradizione liederistica è immensa (e d’immenso valore), e meriterebbe più attenzioni di quelle che oggi riceve in Italia. Un bravo dunque alla Società Veneziana Concerti anche per aver inserito in programma questo piccolo focus su Mahler, ottimo prologo delle celebrazioni previste per il 2011, centenario della morte del compositore.

Francesco Gelati - Note a margine

martedì 9 febbraio 2010

Accredito Kasabian

ragazzi, ho un accredito per i kasabian a roncade al new age! io non posso andarci, c'è qualcuno che avrebbe voglia di andare e scrivere la recensione per il blog della radio e quello di note a margine???

(niccolò casarin)

SABATO 20 FEBBRAIO 2010
RONCADE (Treviso) - NEW AGE
Via Tintoretto 14
Aperture porte Ore: 21.00 - Inizio Concerti Ore: 22.00
Biglietto euro 22,00 + diritti di prevendita
CIRCOLO ARCI - ingresso riservato soci ARCI


"I Kasabian sono un gruppo musicale britannico di alternative rock, proveniente da Blaby e da Countesthorpe, in prossimità di Leicester. Il gruppo prende il nome da Linda Kasabian, un membro della setta di Charles Manson (conosciuta anche come "The Manson Family"). Kasabian inoltre significa macellaio in armeno[1].

Il loro primo disco, omonimo, esce nel 2004 lanciato dal singolo LSF. Il buon successo di pubblico e critica porta la band in tour in tutta Europa, dove il loro stile a metà tra il rock anni sessanta/settanta e l'elettronica da rave party fa di loro una delle principali band emergenti di quell'anno.

Il loro secondo album, Empire, esce nel 2006 e segna una svolta verso sonorità più alla moda, anche se l'influenza di gruppi come i Led Zeppelin risulta evidente (specialmente nel singolo "Shoot the Runner")."

(da wikipedia.it)



#CeT

mercoledì 3 febbraio 2010

DEVENDRA BANHART - MILANO, MAGAZZINI GENERALI


Devendra Banhart
18/12/2009 Magazzini Generali, Milano


Venerdì 18 dicembre una nevicata abbondante ha coperto le strade milanesi e mandato in tilt
automobilisti e trasporti, ma nonostante il freddo e il ghiaccio gli indie più convinti non si sono arresi e hanno affrontato il gelo: con pellicce e vestitini svolazzanti - le girls - e t-shirt finto sgualcite sotto il parka – i boys – si sono assiepati all'entrata dei Magazzini Generali per la prima data italiana del freak più in del momento, Devendra Banhart.


I ragazzi sembrano conoscere molto bene il protagonista della serata, se non altro hanno studiato
attentamente look ed espressioni stranite – la patina luccicante per le occasioni cool è stata stesa con cura da capo a piedi.
Come soddisfare un pubblico glam e scalpitante?
Devendra lo sa bene, apre solo, illuminato da uno spot, seduto con la sua chitarra in un'atmosfera intima e carica di fascino. La voce calda e brillante rimane sola ad incantare il pubblico per metà del concerto, gli occhi sono tutti puntati su di lui: i primi pezzi riprendono gli album precedenti a What will we be, le ballad come A sight to behold e First song for B. o pezzi malinconici come I remember.


Ripescando nel recente passato Devendra rispolvera il suo lato più autentico e originale. Poi si aggiungono sul palco i Grogs, una band di amici che sostiene l’esibizione dei brani del nuovo album caratterizzato da un'architettura strumentale più marcata rispetto allo stile semplice ed essenziale dei lavori precedenti. La spumeggiante I feel just like a child scatena il pubblico
in danze e salti, sembra aprire il secondo tempo della performance e invece chiude la serata.
Vuoi per il jet-lag, vuoi per il pubblico inferiore al soldout previsto, Devendra e la sua cricca lasciano il palco dopo una scarsa ora e venti di esibizione, un po' deludente data l'aspettativa della serata.


In ogni caso questo weird guy di Houston sa come intrattenere il suo pubblico, carisma e appeal certo non gli mancano, anche se breve lo show è divertente e carico di vibrazioni positive. Un modo carino per passare una serata allegra, senza troppe pretese.

Ci si consolerà con il dj-set previsto dopo lo show... a patto di pagare altri 10 euro per l'entrata! Pollice verso ai Magazzini generali.


(Martina Piazza - Note a margine)


Setlist
'Long Haired Child'
'Baby'
'Shabop Shalom'
'Angelika'
'Little Yellow Spider'
'A Sight To Behold'
'I Remember'
'First Song For B'
'The Charles C. Leary'
'How's About Tellin Story'
'Maria Lionza'
'Foolin’'
'16 & Valencia, Roxy Music'
'Find Shelter'
'Lover'
'No One’s Better Sake'
'Seahorse'
'Diamond'
'Rats'
'Carmensita'
'Chinese Children'
'I Feel Just Like A Child'

GRIZZLY BEAR - VECKATIMEST



Grizzly Bear
Veckatimest
- Warp 2009 -


I Grizzly Bear chiudono baracca e burattini, salutano la primordiale Yellow House (dimora della
madre di Edward Droste - voce della band -, nonché studio di registrazione per il loro primo disco, da cui questo prende titolo) e si dirigono invece verso la più sofisticata Glen Tonche house.
È infatti qui che il nuovo album prende forma: negli studi di una tenuta immersa nel verde, a nord di New York, dove i 4 possono registrare e dimenticare la noia, trovando ispirazione nei paesaggi che si svelano dietro le alte vetrate della villa.

Il risultato è Veckatimest: prati all’inglese in cui i Beach Boys sorseggiano cocktail accompagnati
da dolci pulzelle mentre gli Animal Collective siedono su una panchina, stralunati, colpiti dalle
frecce di cupido.

Ce n’è per tutti i gusti: l’allegria ondeggiante (e molto pop) di Two Weeks; la romantica ballata All We Ask (5 stelle all’elegante tocco di batteria ma zero spaccato all’irritante coro finale); la
trasognante Ready, Able, ricamata da suoni sintetici e dagli arrangiamenti degli archi di Nico
Muhly; la conclusiva malinconia di Foreground, un pianoforte e voce che rubano timidezza ad
Anthony and the Johnson.

Nonostante il missaggio finale di Gareth Jones (già collaboratore di Interpol, Liars ed Einstürzende Neubauten), il tentativo di crescita ci regala sì melodie pulite e amabili ma vuote di istinto. Lo stile è sempre quello ma questa volta i pezzi sono più studiati e i suoni, troppo equilibrati, non lasciano volontariamente spazio alla spontaneità ed alle campiture presenti nel precedente lavoro.

Come dire: il parquet pulito ed impeccabile della Glen Tonche contro le adorabili mattonelle
sbeccate della "casa gialla". Anche se impostato, l’album ci trasporta davvero su una piccola isola disabitata (per l’appunto Veckatimest) regalandoci delle cuffie che, per quasi un’ora, ci separano da tutto e tutti in compagnia di una musica piacevole.

Malgrado dunque i difetti piace, e molto.


(Chiara Arangino - Note a Margine)

NOTE A MARGINE - CALENDARIO INCONTRI FEBBRAIO-APRILE

Martedì 23 febbraio, ore 17, Fondazione di Venezia
LEGGERE E SCRIVERE DI MUSICA. QUALCHE ESERCIZIO DI ONESTA INCOMPETENZA (Veniero Rizzardi)

Martedì 2 marzo, ore 17, Teatro Fondamenta Nuove
L’UFFICIO STAMPA TRA PRESENTE E FUTURO ­ LE DUE FACCE DI UNA NOTIZIA (Enrico Bettinello)

Sabato 13 marzo, ore 21, Teatro Fondamenta Nuove
CONCERTO HAN BENNINK & DANIELE D’AGARO [ESERCITAZIONE]

Martedì 16 marzo, ore 17, Teatro Fondamenta Nuove
SCRIVERE UN COMUNICATO STAMPA (Enrico Bettinello)

Martedì 30 marzo, ore 17, Teatro Fondamenta Nuove
PARLANO I MUSICISTI: INCONTRO CON GLI ORANGE ROOM E IL COLLETTIVO EL GALLO ROJO (Enrico Bettinello e Orange Room)

Giovedì 1 aprile, ore 21, Teatro Fondamenta Nuove
CONCERTO ORANGE ROOM [ESERCITAZIONE]

Domenica 11 aprile, ore 17, Teatro La Fenice
CONCERTO ELIAHU INBAL DIRIGE LA IX SINFONIA DI MAHLER [ESERCITAZIONE]

Lunedì 12 aprile, ore 17, Fondazione di Venezia
LA MUSICA CLASSICA TRA TRADIZIONE E FUTURO (Angelo Foletto)

Martedì 20 aprile, ore 17, Fondazione di Venezia
NUOVI MEDIA E NUOVI LINGUAGGI (Gianni Sibilla)

Domenica 25 aprile, ore 21, Teatro Fondamenta Nuove
CONCERTO TO ROCOCO ROT [ESERCITAZIONE]

Lunedì 3 maggio, ore 17, Fondazione di Venezia
IL BLOG DI NOTE A MARGINE ­ PRESENTAZIONE PUBBLICA (Enrico Bettinello)

martedì 2 febbraio 2010

Modifiche al blog

ciao sono jacopo..non so se si nota ma ho provato un po' a organizzare meglio il blog..
ho inserito a destra una finestra per i commenti recenti (credo sia abbastanza utile) e un altra per i concerti (è più elegante e permette di tenere il blog sgombro solo per i veri argomenti)
ovviamente non sono e non devono essere definitive...ditemi che ne pensate..e proponete..
dovremo cmq cercare di utilizzare sempre le stesse impostazioni (carattere, colori) per non creare confuzione.
ciao
JZ

domenica 31 gennaio 2010

venerdì 29 gennaio 2010

Angolo della musica classica

mercoledì 3 febbraio ore 18
Foresteria valdese

Duo da "Eight strings"
Valeria Nasushkina vl, Mikael Samsonov vlcll,
musiche di Haedel, Cirri, Schulhoff, Stroeble, Ravel

situata al termine di calle lunga S. Maria Formosa, all'angolo disegnato dai
rii del Pestrin e di S. Severo, vicino ponte tetta
ingresso gratuito



lunedì 8 febbraio ore 20
Teatro La Fenice


GUSTAVO ROMERO E MASSIMO SOMENZI
INTEGRALE DELLE COMPOSIZIONI PER PIANOFORTE A 4 MANI di W. A. MOZART
musiche di W. A. Mozart

info http://www.societavenezianaconcerti.it/
biglietto 10 € per studenti fino a 26 anni, tranne palco centrale e platea



dal 29/01 al 4/02 (quest'ultima fuori abbonamento)
Teatro La Fenice

MANON LESCAUT di Giacomo Puccini
Direttore: Renato Palumbo
regia: Graham Vick
Orchestra e Coro del Teatro la Fenice
nuovo allestimento

info: http://www.teatrolafenice.it/dettaglio_spettacolo.php?IDSpettacolo=383



martedì 2 febbraio ore 16.30
Museo di Palazzo Mocenigo (S. Stae)


serata con Szabolc Szoke, compositore ungherese specializzato nell'uso di
inusitati strumenti musicali.
Con il gruppo Ektar. SarvariKovacs Zsott (tabla, percussioni), Róbert Benkó
(contrabasso), Evelin Toth (voce, sansa,ektar), Szabolcs Szoke (gadulka,sarangi,
kalimba), Daniel Kardos (chitarre), Daniel Vaczi (sopranino e sax alto)

ingresso gratuito per possessori di GAT card



(segnalazioni di Francesco Gelati)

giovedì 28 gennaio 2010

Ancora Concerti.....



19 Febbraio ore 22

ZU (mathcore/jazz)
Unwound Club, Padova

"Gli Zu hanno creato una forma musicale potente ed espressiva che distrugge la maggior parte delle band contemporanee” John Zorn

Imperdibile miscela più che mai sfuggente a qualsiasi etichetta o logica archivistica: un'esplosivo connubio di jazz, hardcore e noise-rock per un' avanguardistica e intelligente decostruzione della struttura musicale.
Un'esplosione selvaggia eppure perfettamente calibrata, una scrittura musicale ricca di fascino, energia ed efferatezza che ha attirato le attenzioni di Mike Patton (Faith No More, Fantomas, Tomahawk), Geoff Barrow (Portishead) e del già citato John Zorn.

Il loro ultimo lavoro "Carboniferous", prodotto da Giulio Favero (ex Teatro degli Orrori) e licenziato dalla Ipecac Records di Patton stesso, rappresenta la sintesi dell''esplosiva formula e nel contempo il suo superamento, spostando il baricentro del trio capitolino dalle affascinanti divagazioni free dei precedenti lavori ad un post-hardcore nevrastenico di matrice fortemente matematica.
Basso, Batteria e Sassofono come non li avete mai sentiti prima.

Ingresso 10 euro con tessera ARCI.
Unwound Club si trova a Padova in Via Dalmazia, all'incrocio con Via Fowst in zona Arcella (vicinanze stazione)



(Alberto Casagrande)